VERONADOGS

Ad Ariel

Una giornata di ordinaria follia

Ore 6,15.
Suona la sveglia, ma è già da un po’ che non dormo. Ascolto la pioggia che batte sulle persiane e so che continua ininterrottamente da ieri sera. Oggi siamo in gara a Marano Vicentino. Una persona di buon senso della mia età indugerebbe a letto, ritenendosi fortunata che non sia un giorno lavorativo; poi andrebbe a pranzo dai suoceri e, nel pomeriggio, si rintanerebbe in un centro commerciale.

Ore 7,00.
Carichiamo il camper con cani, gabbie, sedie, borse, ombrelli e partiamo sotto un’acqua battente. Neanche all’uscita del casello di Thiene, dove ci ricongiungiamo con gli altri garisti del nostro gruppo, la situazione è migliorata e il cielo non lascia presagire nulla di buono per il resto della giornata.

Ore 9,00.
Briefing dei capigruppo con il giudice per decidere il da farsi: per il giudice il terreno è praticabile e non costituisce pericolo per l’incolumità dei cani; in quanto a noi conduttori dovremo avere il buon senso di adeguare la conduzione alle condizioni del campo.
Si parte.
La zona antistante al ring è una palude, dove si sprofonda nel fango fino alla caviglia. Pioviggina fastidiosamente, ma dentro il terreno è decente e ormai siamo in ballo.
Il cane risponde bene; il ginocchio tiene.
È netto!
È podio!
È gioia! Di quella vera, semplice, che vuoi solo trasmettere e condividere con il tuo cane! Di quella che non puoi comprare, che non ti possono regalare!
Ce la siamo guadagnata con il lavoro! Ce la siamo meritata sul campo!
Piove.
Le fotocellule impazziscono, il cronometro si azzera continuamente ma si va avanti.
Devo preservare l’ultimo cambio e così, prima del jumping, traggo un respiro come prima di un’immersione in apnea, e mi rimetto i calzini fradici e infangati della prima gara.
Prendo il cane.
Quello che dovrebbe essere un cane bianco e nero, è diventato marrone e nero. Il bianco si è ridotto a una strisciolina sul muso.
Lei odia l’acqua e detesta il fango (non ci sono più i border di una volta!), ma ha già capito che cosa l’aspetta!
È pronta.
Sguazzando nel fango per raggiungere il prering, penso che devo solo controllare la gara, non devo rischiare il ginocchio; mi interessa solo la combinata.
Poi guardo Ariel a distanza, dietro al primo salto: è bagnata, è infangata, ma ha lo sguardo allucinato del cane da competizione.
Non c’è più tattica. Non c’è più logica.
So che quando darò il comando, lei sarà pronta a dare tutto, come sempre. Sarò forse io a tirarmi indietro?
Il giro è buono, il tempo è ottimo ma due stecche precludono il podio in combinata. Pazienza! Va già bene così!
Torno al camper per asciugarmi e cambiarmi e, nel togliere calze e scarpe fradice per mettere quelle “solo” umide, provo quasi un brivido di piacere. Posso finalmente rilassarmi e mangiare i panini che mi sono portato in attesa delle premiazioni.
Ore 15,00.
Si rientra. In camper l’atmosfera è rilassata e appagata. Siamo in tre e ognuno ha vinto la propria categoria. La soddisfazione è maggiore quando può essere condivisa.
Fra Thiene e Verona i parcheggi dei centri commerciali sono pieni di macchine. Tra qualche ora i loro proprietari rientreranno per la cena e dopo avranno il loro momento di sport negli interminabili talk-show della domenica sera. Hanno passato una bella giornata: il pranzo era buono, il centro commerciale caldo e la loro squadra del cuore ha vinto. Possono essere soddisfatti, perché, in fondo, loro non sanno che cosa significhi “chiudere con un netto”!
Grazie a quegli agilisti che domenica hanno trascorso con me una giornata di ordinaria follia!

Come ha scritto Roberto Vecchioni in una sua vecchia canzone:
“… forse non lo sai ma pure questo è amore…”!

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Arielsee

 

“Festa di fine carriera agonistica”
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